Questa canzone, composta e realizzata interamente da me, nasce a Bologna nell’estate del 1992 ispirata dagli episodi tragici della storia di allora: le stragi di mafia. la corruzione dilagante, le collusioni tra politica e malaffare. Ieri come oggi, il testo purtroppo è ancora attualissimo:
Notte di luglio notte di fuoco
Il porco è scappato quand’era buio
Squarci di luci bagliori accecanti
Scendono in piazza e sono tanti
Firenze, Roma, Palermo, Milano
I porci esultanti si stringon la mano
I porci ridono senza dolore
Han dipinto la notte di un solo colore
Rosso sangue degli innocenti
Patti scellerati stretti fra i denti
Patti scellerati stretti di destra
Le corna sul didietro e sulla testa
Di chi ha sposato un porco e per mangiare
Si limita nel vivere e non sa più lottare
Non contano gli ideali, non contano gli affetti
Qui nella fattoria siam tutti porci perfetti
La fattoria dei porci
E’ la fattoria dei porci
E’ la fattoria dei porci
La fattoria dei porci
E’ la fattoria dei porci
E’ la fattoria dei porci
Scopri le tue carte non tergiversare
Guarda la tua vita può ricominciare
Quello che facciamo non è quello che vogliamo
E il condizionamento non ti fa contento
Va a contare i soldi del ruffianamento
Svuota le tue casse butta tutto al vento
Mistificazione di una società
Dove conta l’aver solo gran sazietà
Una minoranza siede in una stanza
Preme quel bottone e spegne la speranza
Di un futuro nuovo, di una vita degna
Dove c’è il petrolio e la fame regna
I lager del duemila dentro quel messaggio
Di una guerra giusta sii tiepido sii saggio
Dobbiam pagare il fio del capitalismo…
Tu tira giù i calzoni e ti castriamo le passioni….
La fattoria dei porci
E’ la fattoria dei porci
E’ la fattoria dei porci
La fattoria dei porci
E’ la fattoria dei porci
E’ la fattoria dei porci
Millenarismo postmoderno degli anni duemila: terremoti, inondazioni, inversioni dei poli magnetici, ipotetiche invasioni aliene, arrivo del pianeta x “Nibiru”* nel sistema solare, pazzia collettiva. Una data precisa: 21 Dicembre 2012, due giorni dopo il mio quarantaduesimo compleanno.
Tutto questo nasce da un’antica profezia, legata al calendario della civiltà dei Maya: esso finirebbe appunto per quella data. Segnando la fine di un ciclo e l’inizio di un altro, rappresenta dunque la fine del loro conteggio dei giorni, precisamente della loro quarta era. I Maya, che erano astronomi eccezionali, non dicono però che il mondo finirà nel 2012!

2012: lo sbarco dell'alienato
L’antropologia infatti ci insegna che i popoli antichi avevano una concezione circolare della storia e i nativi americani non sono certo un’eccezione. I Maya con la fine del loro calendario non intendevano fissare un limite oltre il quale sarebbe finita la storia del mondo. I popoli giudaico-cristiani, a cui noi apparteniamo, sono caratterizzati invece da un’idea lineare della storia che prevede una creazione e l’avvento di un regno di Dio (o del comunismo nella versione laica). Il millenarismo si inserisce in questa idea come una sorta di utopia negativa e riflette dunque questa seconda concezione del procedere degli eventi che è evolutiva e non ricorsiva. Trova così terreno fertile in Occidente, in una cultura in cui si parla di “progresso”, di “avanzamento tecnologico”.
Una spiegazione sociologica e macro-psicologica, a dire il vero abbastanza spicciola, per comprendere e dunque motivare questo millenarismo post-moderno, potrebbe essere la seguente: l’uomo di oggi ha bisogno di una vacanza, ha bisogno di staccare la spina. Il mondo corre troppo in fretta e noi lo vorremmo consciamente o meno fermare. C’è un altra profezia assurda che riguarda sempre quella fatidica data e che conferma questa tesi. Dice che la terra smetterebbe di ruotare per tre giorni (!) (anche Gesù risorse dopo tre giorni, notare l’analogia), quindi dal 21 alla vigilia di Natale del 2012. Poi con la Natività tutto si rimetterebbe a posto…
Questo è il desiderio inespresso e inconscio direi “sottocutaneo”: fermare il meccanismo per tre giorni, cambiare le regole immutabili del gioco, fermare le trasmissioni televisive, fermare la produzione, digiunare, meditare. Stop al campionato di calcio, ai talk show, ai telegiornali. E Internet? Ferma anche quella. Stop al consumo, stop al gas, stop al petrolio, stop alle borse e alle banche, stop alla finanza, stop alla megamacchina narrativa che abbiamo creato. Finalmente tre giorni di silenzio in cui rivedere le stelle con notti senza luci artificiali.
Il mito della fine del mondo nel 2012 serve dunque a “rivedere le stelle”, a creare una nuova narrativa, è il desiderio inconscio di riportare il sistema sociale vicino all’uomo. Questo sistema corre come una macchina impazzita che va alla deriva, una “deriva tecnologica”** ed è completamente automatico e indipendente da noi. Ad esso non interessano i mondi vitali delle persone, è distante, altamente virtualizzato, in esso la potenzialità ha soggiogato la fattualità.
Il sistema è alieno: ecco è lui il vero rettiliano di cui ci parla David Icke. L’alieno è l’uomo alienato che ne fa parte, l’uomo schiacciato dal sistema di produzione, il consumatore: l’ET è dentro noi stessi. Così il 21 Dicembre 2012 sbarcheranno tanti uomini alienati, scenderanno dal loro letto-astronave atterreranno sul tappeto della loro camera e si guarderanno allo specchio.
Siamo noi gli extraterrestri. Quel giorno forse lo capiremo e torneremo ad essere uomini.
* Si veda “Il Pianeta degli Dei” di Zecharia Sitchin, un libro di pseudoarcheologia senza alcun fondamento scientifico che lessi una decina di anni fa. Sitchin nei suoi numerosi testi ha divulgato il mito del pianeta x da cui discenderebbero gli dei mesopotamici “Annunaki”. Costoro avrebbero creato l’uomo ibridando il loro dna con alcuni primati presenti sul nostro pianeta.
** “Lo sguardo virtuale. Itinerari socio-comunicativi nella deriva tecnologica” Boccia Artieri Giovanni, 2000 Franco Angeli

Ero presente a Genova durante il G8 nel 2001 e vissi in prima persona il dramma della repressione più bieca ed ingiustificata da parte delle forze dell’ordine contro un corteo autorizzato e pacifico. Lasciavano che i black block sfasciassero la città prendendosela poi con i manifestanti pacifici, cittadini inermi che erano lì a dimostrare il loro dissenso con le politiche dei grandi della terra.
Così, una volta tornato, animato da un mix di rabbia e desiderio di giustizia (e di denuncia) inviai questa mia testimonianza ai giornali:
“Questa lettera vuole essere la testimonianza di come le forze dell’ordine presenti ieri a Genova abbiano attaccato persone che stavano manifestando pacificamente.
Questi sono i fatti: alle ore 15 circa di sabato 21 luglio, mi trovavo assieme ad altri manifestanti sul lungomare di Genova. Eravamo fermi, pacifici, inerti. In lontananza si vedevano i fumi dei gas lacrimogeni. Le forze dell’ordine avanzavano contro il corteo che era stato diviso in due tronconi. Noi presumibilmente eravamo vicino alla testa del secondo troncone, impossibilitati a muoverci.
Alcuni militanti proponevano di scendere verso il mare. Questa ipotesi poi è stata scartata per la presenza di frange violente armate di spranghe vicino alla riva.
Altri volevano tornare indietro, a ritroso, ma questo era impossibile per la pressione di centinaia di manifestanti che avanzavano. Nessuno sapeva dove andare. Così alla fine siamo rimasti fermi ed inerti.
Assieme a me c’erano rappresentanti di Rifondazione, Lega Ambiente, Verdi e Fiom.
Ad un tratto è partito un attacco violentissimo. La piazzetta era affollatissima e c’era poco spazio per muoversi. Ho realizzato che io e gli altri manifestanti eravamo in trappola. Mi sono arrampicato su una collinetta erbosa, poi a fatica su un albero; avevo macchina fotografica e zaino. Sentivo le persone urlare disperatamente, ho sentito tre o quattro spari. Continuavo disperatamente ad arrampicarmi. Ad un certo punto ho visto tre giovani distesi alla mia destra e, tra questi, una ragazza che mi ha detto “di qui non si sale più”. Mi sono gettato a terra. L’atmosfera si faceva più grigia e i suoni dientavano sempre più ovattati. Sentivo il gas aumentare. Presumibilmente hanno lanciato dei lacrimogeni sugli alberi sotto cui ero rifugiato. Sentivo il rumore assordante del velivolo che era sopra di noi e da dove presumibilmente è partito l’attacco. Non avevo mascherina antigas, nulla. Ho cercato di proteggermi il viso con la maglia, poi ho usato il cappellino. Ho infilato la faccia in una buca di terra. Non riuscivo a respirare e lacrimavo copiosamente. Sentivo tossire e gente che gemeva. Ero preoccupato per la sorte dei miei amici. Ho pregato che finisse, che il gas se ne andasse, era un incubo. Fino a quel momento la manifestazione era sata una festa per noi. E all’improvviso…
Poi il gas se ne è andato. Stavo malissimo. Ho alzato il capo e ho guardato la condizione dei ragazzi che erano distesi vicino a me. Stavano malissimo e gemevano. Ad un certo punto ci hanno chiamati ed obbligati a scendere dalla zona in cui ci eravamo rifugiati. Subito ho pensato che volessero arrestarci o malmenarci, poichè dal tono della voce sembravano forze dell’ordine. Poi gli ho visti, erano in borghese. Ci hanno detto di dirigerci a mani alzate verso la polizia. Così abbiamo fatto. C’erano alcuni operatori TV e telecamere. Mi sono coperto il viso e mi sono diretto verso il mare. C’era del sangue per terra e un’autoambulanza.
Non mi hanno manganellato, non mi hanno arrestato, ero libero, con occhi gonfi, gola secca, emicrania e diverse escoriazioni sulle gambe.
Sono sceso verso il mare. Ho incontrato altri manifestanti tra cui due anziane signore. Una di queste mi ha detto di avere subìto una manganellata sulla testa. L’altra di avere evitato per un soffio un calcio di un poliziotto.
Tutti i miei amici e compagni sono stati dispersi. I cellulari non funzionavano. Era impossibile rintracciarsi ed avere notizie sulle nostre condizioni di salute. Pensavo: – ma come è possibile? Se una persona è ferita o ha un malore non può mettersi in contatto con chi possa prestarle aiuto! – La preoccupazione dunque aumentava per questo black out informativo e non avevo notizie di nessuno. Tale situazione è perdurata per circa mezz’ora. Poi finalmente sono riuscito a parlare con qualcuno che fortunatamente mi ha tranquillizzato sulla condizione degli altri.
Questi fatti sono una piccola testimonianza di come le forze dell’ordine si siano accanite senza alcun motivo sui manifestanti pacifici. Lo trovo profondamente ingiusto ed antidemocratico.
Perché noi manifestanti pacifici dobbiamo mettere a repentaglio la nostra incolumità – ed anche la nostra vita nei casi più estremi – per gli atti violenti compiuti da pochi facinorosi? Perchè il conto lo paghiamo noi?
Perché ci viene impedito di esprimere pacificamente le notre idee?”
Ecco alcune testimonianze filmate di quei giorni terribili:
Magnifico il concerto a cui ho assistito domenica 17 Luglio. L’Arena della Regina di Cattolica ha visto per una notte protagonisti i fantastici Jethro Tull, capitanati come sempre, dal veterano Ian Anderson, musicista a tutto tondo, il più grande flautista della storia del Rock.
La band ha sfoggiato le canzoni che l’hanno resa celebre, attingendo principalmente da Aqualung, LP di cui quest’anno si festeggia il quarantennale dalla pubblicazione che risale al lontano 1971.
Per l’occasione sono riuscito a immortalare Ian and company in alcuni scatti che conserverò gelosamente…
Ecco a voi:
“Sguardo Perso” è una canzone scritta alla fine degli anni ’90 che ho deciso di reinterpretare e riarrangiare in chiave rock.
Risente notevolmente dell’atmosfera “post-grunge” del periodo (Radiohead, Soundgarden) e del vissuto di un trentenne deluso da una società che non gli permette di essere pienamente “uomo”. Di avere una dignità sociale, e quel posto al sole che sente di meritare. Per questo motivo la sua visione del futuro è necessariamente a corto raggio, lo “sguardo è perso” su un presente nebuloso e drammatico dove ci si ritorce su se stessi e dove gli altri appaiono lontani, se non assenti.
Ringrazio Mirko Ferrara per il suo contributo riguardante il testo.
Ecco le parole:
Sguardo perso io
Intorno a me
Non sono mai forse un uomo
Sguardo perso io
Attorno a me
Un’ombra nera mi insegue
Sono io o forse sei tu
O forse non è più nessuno
E la nebbia ci copre le idee
rifugio di menti lontane
Non ti vedo più
Non ti sento più
Io ti immagino
Mentre cerchi
Sguardo perso io
E la città
E’ una foresta di luci
Sguardo perso il mio
Sentiero che
Non porta più in nessun luogo
Sono io o forse sei tu
O forse non è più nessuno
E la nebbia ci copre le idee
rifugio di menti lontane
Non ti vedo più
Non ti sento più
Io ti immagino
Mentre cerchi
Cammini ma non ti muovi più
Lamenti ti senti solo qui
Ti avvolgi sconvolgi dentro te
Ti avvolgi sei solo dentro te
Sguardo perso io
Intorno a me
Non sono mai forse un uomo
Sguardo perso io
Attorno a me
Un’ombra nera mi insegue
Oggi ho visto per la prima volta il simbolo del gruppo parlamentare dei responsabili, la “terza gamba” del traballante governo Berlusconi. Sono sobbalzato sulla sedia: l’emblema dei responsabili riporta direttamente il simbolo del Tao, antica filosofia cinese! O meglio, una sua aberrante interpretazione cromatica: yin e yang sono diventati verdi e rossi e i puntini sono bianchi… I semi che nel simbolo originario del Tao rappresentano lo yin nello yang e lo yang nello yin, ora hanno lo stesso colore, che poi è quello della carta, il bianco.
Questa trasformazione è una chiara metafora del ruolo de “i responsabili”: costoro possono collocarsi indifferentemente a destra o a sinistra. Rimangono comunque bianchi, pronti a cambiare colore alla prima occasione… Il simbolo del Movimento di Responsabilità Nazionale rappresenta perfettamente la concezione di “olistico” di Scilipoti & Co., nella migliore tradizione del trasformismo all’italiana: il giorno che diventa notte, il freddo che segue il caldo, – e dunque l’opposizione che passa alla maggioranza.
Nel deserto alla ricerca di un’Oasi. Quando si scopre la futilità delle piccole preoccupazioni quotidiane rispetto all’Infinito, il Grande Essere che sovrasta il piccolo essere uomo, ci si sente in un Deserto.
L’amore per l’Assoluto è la meta. Deserto è la solitudine, l’alienazione il senso di impotenza in un mondo che sentiamo estraneo, lontano da noi. Il percorso spesso è un luogo arido e desolante. Forse questo viaggio è il giusto prezzo da pagare per imparare ad essere quello che si è.
(Musica, parole, suoni: Fabio Ronci. Realizzato nel 1999).
Lyrics
Sorrisi freddi come ghiaccio
E solo sogni preconfezionati
Il conducente del taxi che ti chiama
Reclamizza massaggi thailandesi
E fiori d’acciaio lungo i viali
Granelli di tristezza dentro gli occhi.
Solo scritte e cartelli illuminati
Dalla noia più profonda nel deserto
Poi guardare dalla superstrada
Groviglio di allucinazioni
Fuggendo via dall’apparenza
Discreta e molto perbenista
Vendendo poi la prestazione
Di un gioco senza giocatori
Solo voci e mostri colorati
Dalla noia più profonda nel deserto
Ma quel che vedo è solo erba e carri armati
Sprofondando incomprensibili pensieri
Forse l’oasi in uno sguardo o forse un gioco prematuro
Vivo solo in questo gelido deserto
Ma quel che vedo è solo erba e carri armati
Sprofondando incomprensibili pensieri
Forse l’oasi in uno sguardo o forse un gioco prematuro
Vivo solo in questo gelido deserto
…in questo splendido deserto

La mia cassetta delle lettere
Tutti i giorni è la stessa storia: scendo per prendere la posta e mi ritrovo la cassetta delle lettere sempre invasa dai volantini pubblicitari delle varie catene di supermercati, hard discount, negozi di elettronica, computer e compagnia bella…
Non ne posso più, stamattina ho avuto un moto di insofferenza e armato della mia infaticabile fotocamera ho immortalato la mia cassetta delle lettere e ho deciso di esprimere ed esternare questo mio sentimento su questo blog.
Come vedete è colma all’inverosimile e la cosa peggiore è che spesso in mezzo agli sgargianti colori delle promozioni si nascondono subdolamente le fatture delle bollette e i cartoncini gialli delle raccomandate…
Spesso con un moto di stizza prendo l’insieme della carta e ne faccio una piccola palla che poi finisce immancabilmente nel contenitore dell’immondizia che ho vicino casa.
No, non leggo i fogli pubblicitari: non mi interessano le offerte sottocosto e le promozioni.
Mi sento invaso e assediato da prodotti e oggetti di cui non ho assolutamente bisogno, e mi da molto fastidio il fatto che la pubblicità, ovvero la volontà dei produttori di fare insorgere in me un bisogno che prima non c’era, invada la mia cassetta delle lettere, tanto più perché è pubblicità non richiesta.
“La pubblicità è l’anima del commercio”, ma l’anima del commercio ora si insinua nelle cassette delle lettere in tutta la sua fisicità: diventa corpo cartaceo che si deposita e intasa spazi destinati ad altro.
Così comincio ad odiare i sottocosto e le offerte speciali.
Guardate questo video-testimonianza di un’animata discussione tra un creativo e il direttore del marketing in un’azienda italiana:
Al di là degli aspetti involontariamente comici di questa situazione, relativa a due persone che non sanno evidentemente comunicare, mi nasce spontanea una riflessione sugli ambienti lavorativi odierni tra contratti a termine, co.co.pro, precarietà, stipendi inadeguati al costo della vita, ricatti, prevaricazione, abusi di potere, arrivismo e tanti altri problemi.
Dobbiamo aprire gli occhi sull’Italia di oggi dove ormai è un miraggio superare i 1.000 Euro al mese e dove i più penalizzati sono le persone creative, i ricercatori, gli scienziati, gli insegnanti.
Penso che oggi i luoghi più stressanti siano proprio gli ambienti di lavoro, spesso uffici ricavati in tristi fabbricati in cemento armato piuttosto insalubri, troppo spesso vissuti come opprimenti e asfissianti prigioni dai lavoratori.
Ad aggravare lo stress dell’impiegato “medio” ci sono una serie di circostanze ormai comuni contro cui troppo spesso costui si trova a lottare in una battaglia che lo vede sempre perdente: mansioni ripetitive ed alienanti, computer intasati da trojan, virus e ogni qualsiasi specie di malware, caselle di posta elettronica bombardate da spamming, telefoni, cellulari, fax che squillano di continuo…
A questo si aggiungano i problemi di relazione e di comunicazione più vari: la pressione e il fiato sul collo di capi frustrati, il dovere lavorare con colleghi “lecchini” e arrivisti pronti a tagliare la testa al proprio vicino pur di sembrare più alti…
Ma negli anni novanta non si diceva che il futuro sarebbe stato il telelavoro?


